La fine della modernità e la riflessione su noi stessi. Eugenio Scalfari chiude il Festival del Giornalismo

Stringo tra le mani come un amuleto il libro di Eugenio Scalfari L’uomo che non credeva in Dio, regalo di mio padre di qualche tempo fa. Scorro le pagine, rileggo la sua dedica sulla prima pagina dell’occhiello: “A mia figlia Silvia, che possa trarre insegnamento dalle riflessioni di un grande giornalista sulla vita, sull’essere, su Dio (…).”
Sono nervosa, irrazionalmente emozionata. Fra poco, dopo aver fatto un’ora di fila e a gara con centinaia di altre persone, finalmente questa sera avrò il mio primo incontro con Eugenio Scalfari, in occasione dell’evento di chiusura della quarta edizione del Festival del Giornalismo di Perugia. Mi trema leggermente la mano mentre scrivo, penso che su questo libro vorrei che, accanto alle parole di mio padre, ci fossero anche le sue. Un segno di questo altro “padre” e maestro della professione che — continuo a dirmi— un giorno vorrò fare.

Stasera sul palco di un Teatro Morlacchi stracolmo di gente, Scalfari interverrà insieme a Michele Serra, Walter Veltroni e Giuseppe Tornatore all’incontro conclusivo della kermesse perugina dal titolo “La memoria del passato e la speranza del futuro”.
Mi viene da pensare che il futuro sono io. Sono io e tutti i volontari e gli studenti che hanno preso un treno, un aereo davvero da ogni parte del mondo per venire qui, nel cuore dell’Italia, a fare la loro parte, a fare onore al giornalismo. A un giornalismo sano, dai toni pacati, che vuole conoscere e approfondire, che ascolta e che ragiona, che parla a tutti, che dà l’esempio e alimenta il dibattito costruttivo e critico che è fondamento della democrazia di un Paese. Il giornalismo che aspetto di incontrare qui questa sera.

Un minuto di applausi e ovazioni in sala accolgono il fondatore di Repubblica che fa il suo ingresso sorretto da un bastone da passeggio. L’occasione del dibattito è un articolo scritto su Repubblica nel settembre di quest’anno in cui Scalfari fa un parallelo fra tre opere che parlano della memoria attraverso codici espressivi diversi, il film di Giuseppe Tornatore Baarìa, il romanzo di Walter Veltroni Noi e un’intervista ad Alberto Asor Rosa sul ceto degli intellettuali.
Osservo le sue mani che tremano mentre risponde alla prima domanda di Michele Serra sull’esistenza o meno, oggi, di una memoria collettiva nel nostro Paese. La mente invece non tradisce alcun cedimento. I ragionamenti come perle di una preziosa collana scorrono in fila uno dietro l’altro, chiari e profondi. Le parole sono lievemente pesate e ponderate, sembra che egli le scelga con cura una ad una, pronunciando quelle più adatte ad esprimere nel modo più comprensibile ad ogni tipo di ascoltatore concetti degni dei grandi filosofi del passato.
La sua voce calda abbraccia tutti.

«Stiamo passando da un’epoca che io battezzo con il nome di modernità ad un’altra. I moderni, coloro che hanno un concetto moderno di un’epoca, si stanno estinguendo e sono sostituiti dai contemporanei, quelli vivono non soltanto nel presente di oggi, ma che vivono nel presente come unico tempo verbale esistenziale. Una parte notevole della generazione dei contemporanei — e ciò non riguarda necessariamente i giovani, non è un fatto anagrafico — rifiuta di ricevere i valori della memoria precedente». Le riflessioni, quasi profetiche, sulla fine della modernità e la transizione alla contemporaneità dell’eterno presente che pensa solo se stesso, si riallacciano con quelle sulla politica e sull’attualità, sull’esigenza di avere una classe dirigente che amministri e curi “l’insieme degli alberi della felicità”, abbattendo le recinzioni erette da una parte della classe dirigente intorno alla foresta-Padania: «Non è così che si amministra la foresta, così la foresta è destinata a deperire, a seccarsi e a morire».

Dalla dissoluzione del concetto di classe, Scalfari ragiona sull’essenza stessa della politica, che continuerà a esistere finchè esisterà l’uomo che si associa a un altro uomo, e ne preconizza il futuro come non più necessariamente legato alla forma partitica.

Venuto meno l’equilibrio fra la ragione propria dell’Illuminismo e la passione del Romanticismo, un tipo nuovo di civiltà è destinata ad affacciarsi, e non sarà necessariamente migliore o peggiore rispetto a quella precedente, ma sarà semplicemente diversa, barbarica secondo l’etimologia originale del termine greco, e che sicuramente, afferma Scalfari, richiederà nuovi mezzi di espressione. Così come è sempre stato, tranne in alcune fasi di transizione da un’epoca a un’altra, il racconto del passato viene trasmesso da ogni generazione a quella successiva.

Sta dunque a noi raccoglierlo, preservarlo, farlo nostro e contribuire ad alimentarlo attraverso la parola, la testimonianza, l’urgenza di comunicare e di narrare con qualunque codice espressivo.

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4 risposte a La fine della modernità e la riflessione su noi stessi. Eugenio Scalfari chiude il Festival del Giornalismo

  1. Q-fee ha detto:

    no no ci sono anche io
    complimenz: parkinsonianamente (in un concerto di tremori) appassionato ed onesto quasi spontaneo (non è che hai mitizzato scalfari? : ) )
    piace molto la sua distinzione tra contemporanei e moderni
    sulla memoria segnalo pure “mutandine di chiffon” di carlo fruttero che non ho ancora avuto il tempo di comprare però
    brava zammì

    • grazie scuff! beh, il corcerto di tremori era ampiamente contrastato dalla fermezza delle idee, dal tono della voce, dalla linearità dei ragionameti. non so se questo è emerso. appena carico il video te ne renderai conto.
      si forse l’ho un po’ mitizzato, ma credo che siano indubbi lo spessore del giornalista, l’umanità, la profondità e la grandezza del suo pensiero: rimpallo e consiglio per l’appunto L’uomo che non credeva in Dio.

  2. grazie fra! sei il primo! 🙂

    …ops! e forse l’ultimo… 😦

  3. astolfo ha detto:

    complimenti!

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