A cosa serve una città

Come canta Elio nell’omonima geniale canzone, nel Parco Sempione, verde e marrone, i bonghi ci sono davvero. Però non è vero che non vanno a tempo, anzi.

Il gruppetto di percussionisti afro che oggi ha riempito di suoni il pomeriggio di famigliuole e coppiette, cani e e sportivi, vecchi e teenagers, ha radunato attorno a sè un folto numero di nullafacenti domenicali che hanno gradito l’allegro tam tam seguendo con interesse la rastaperformance per tutta la sua durata.

Nel frattempo, poco più in là una simpatica gara di velocisti cinofili con alter ego a quattro zampe al seguito si svolgeva lungo un percorso che culminava nei pressi dello stand dei bersaglieri (deduzione tratta dalle piume sui cappelli, ma forse potevano essere anche degli alpini, e comunque sicuramente vecchietti arzilli in pensione) che appioppavano allegri ai passanti miele, ciliegie e conserve. Tutt’intorno il sole, l’odore del prato, qualche sprazzo margheritoso, e tanta tanta gente di tutte le età che passava così la sua domenica. Normalità. Riposo, passeggio, occasioni di incontro, ma anche di starsene per conto proprio soli con un libro, di portare i bambini a giocare, di sentirsi un po’ romantici con il proprio partner, di improvvisarsi sportivi e salutisti…

Un posto così qui non ha nulla di straordinario. A me invece fa pensare. Senza addentrarmi in ardite riflessioni sociologiche, mi porta a riflettere sul ruolo della città per le persone.
Non semplicemente un ammasso di case, condomini, strade e posti di lavoro. Non luoghi della sopravvivenza quotidiana, ma un posto dove realizzare se stessi. Dove esercitare – e a volte ritrovare – la propria socialità, incontrarsi, conoscere l’altro, avere uno spazio proprio per dedicarsi alla cura del sè e, allo stesso tempo, sentirsi parte di una stessa comunità, che condivide con te scelte, abitudini, preoccupazioni, e modi normali di trascorrere una tranquilla domenica di maggio.

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