Evidenze dello stare male

ovvero: evidenze dello stare male in casa da soli. In una città che non è la tua.
E precisamente a Milano


Ti trascini dal letto al divano come un peso morto.
Hai un aspetto orrendo e l’acqua calda è tornata a funzionare solo da qualche ora, quando si è presentato in tutina blu l’omino della caldaia. Al suono del campanello crollo verticale di aspettative da pubblicità CocaCola,  ma almeno lui e la sua pancetta nel giro di 7 minuti netti ti hanno risolto il problema permettendoti  di godere di nuovo dei benefici di una doccia e di far parte così ancora una volta del mondo civile.

Non c’è tua madre che ti porta a letto la spremuta, niente giornali e riviste fresche fresche, sei tu nel silenzio rimbombante della tua stanza. E se vuoi la spremuta devi fartela da sola. Qui non chiami il medico amico di famiglia che viene a visitarti a casa per dirti che come sempre «non hai un cabbasiso¹». Qui sei tu che devi andare dal medico, febbre o non febbre il certificato di malattia che devi mandare in tempo a lavoro non te lo fa se prima non ti fai visitare.
E allora ti travesti da talebana con tanto di burqa di lana e piumino antiproiettili per sfidare le intemperie. Esci da casa un po’ in anticipo, per due ragioni: uno, non vuoi dare manco un argomento alla stronza segretaria che ti ha fissato l’appuntamento affinchè ti possa dire che sei in ritardo e che per questo ha dato la precedenza ad altri; due, prima esci, prima arrivi, prima ti dice cos’hai e prima torni in tana: cerchi di ridurre al minimo questo strazio di freddo meneghino. Cerchi d’ignorare le vecchiette sul tram che ti scrutano interdette. O forse ridono…?

Prendi posto in sala d’attesa (corridoio d’attesa più che altro) e non ti basta molto per capire che non hai scampo: a Milano come a Palermo a un certo punto arriva sempre il furbo che “ha urgenza” e ti passa davanti. Solo che qui almeno fingono di sentirsi in colpa e ti chiedono scusa, dopo, per quello che vale. Mentre aspetti il tuo turno pregando che non aumenti la tua temperatura corporea, sfoghi il tuo nervosismo con la serafica vecchina che è dopo di te. Esercita una magica funzione calmante, mi dice di avere un po’ di pazienza. Ha uno chignon di capelli lunghi e grigi, gambe magre, porta una gonna lunga. Tranne che per il maglione azzurrino che indossa mi ricorda mia nonna un po’ di anni fa, prima della faticosa svolta colorata della sua vita e un drastico taglio di capelli che l’ha ringiovanita di cinquant’anni.

Tocca a me. Entro. La dottoressa non è molto loquace nè particolarmente cordiale, si vede che deve fare il suo lavoro. Sarà timida, oltre che probabilmente lesbica e un po’ rude. Sicuramente molto mascolina. Ha un folto ciuffo bianco fra i capelli grigi, come Crudelia. Inizio la mia personale anamnesi e mi do pure la cura, lei intanto salva i miei dati sul pc. Non avevo mai notato come anche la professione medica fosse stata cambiata dalle cosiddette nuove tecnologie. È tutto fatto, la mia cartella è digitale, il mio agognato certificato medico spedito con un clic all’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale. Ah già, la visita. Sembra quasi superflua. Mi ausculta, tonsille, tossisco. Come per la caldaia, 7 minuti netti e la diagnosi è fatta. Efficienza estrema o voleva spicciarsi? Esco un po’ interdetta pensando fra me e me al significato della cura del paziente…

Tana. Noia. Il silenzio ti sovrasta. Brutto segno, induce a riflettere. Diventi attenta a tutti i rumori, soprattutto i più impercettibili, mentre ti capita di passare in rassegna i motivi per i quali sei lì (del perchè ti è venuta l’influenza te ne devi fare una ragione), in una casa che è carina ma non è la tua, in una città che hai scelto a metà e che è l’unica che puoi accusare o ringraziare per come sta andando la tua vita da un po’ di tempo a questa parte.

Ti bombardi il cervello, che già recepisce poco a causa di tutte le schifezze ingurgitate per provare a stare meglio, di programmi tv, per lo più cagate e televendite, ma no anche qualche vecchio film e qualche puntata che ancora ti manca delle tue serie tv preferite. Certo che Beverly Hills era proprio una gran cazzatona…Come complicarsi la vita con seghe mentali pur vivendo potenzialmente una vita da sogno…Ops, sono io!?

Zapping.
Prova del cuoco – non si può vedere più – notiziari vari – tappiamoci il naso e andiamo fino in fondo – video musicale – pubblicità. Spengo. E Scrivo. Un pochino, di nuovo.

¹ per i non siciliani si veda qui.
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Informazioni su mirtilla22

sono in tutti i luoghi e in tutti i laghi, fra padania e trinacria, marketing e velleità giornalistiche, passando per libri, foto e scritture varie, tipo questa. mirtilla22(at)gmail.com
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2 risposte a Evidenze dello stare male

  1. Ma ha detto:

    Potrei cominciare un decalogo dei motivi a favore di questa pausa forzata chiamata “influenza” ma finirei nell’imbrattarti la pagina….La verità è che ogni emozione che proviamo, ogni riflessione, espressione della nostra persona scaturisce dal nostro stato d’animo.
    Alcuni giustificano e trovano questo momento come catartica siesta dal caos quotidiano, altri invece che vivono di questo caos ne ha bisogno come colui che dell’acqua rimane assiderato.
    In tutta certezza, bisogno farne di necessità virtù magari godendosi il momento di fugace relax ,nonostante gli “impicci” burocratici legati al fatidico certificato da trasmettere. L’unica remore e’ senza dubbio la distanza da casa e dal focolare domestico a cui siamo abituati, quel tono di malinconia che ci accompagna nel viaggio chiamato vita, spesso mi chiedo se davvero le esperienze riescono a renderci forti oppure se sia una palese costruzione della nostra mente nel’ esorcizzare tali momenti.
    Un abbraccio..

  2. Queesquilie ha detto:

    Grande Mirtilla, come sempre. Viva la dottoressa lesbo virago crudelia!

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