Cuore di Cactus di Antonio Calabrò a dicembre di scena a Palermo

Dopo il debutto al Teatro Franco Parenti di Milano lo scorso gennaio, va in scena dal 16 al 18 dicembre al Teatro Biondo di Palermo Cuore di Cactus, monologo tratto dall’omonimo libro edito da Sellerio (2010) di Antonio Calabrò, giornalista e scrittore siciliano, oggi direttore Affari Istituzionali e Culturali della Pirelli & C. e direttore della Fondazione Pirelli.

Vincitore del Premio del Presidente della Giuria all’ultima edizione del Premio Mondell, in Cuore di Cactus l’autore ripercorre quarant’anni di vita personale e professionale: le esperienze nelle redazioni della Repubblica e del Mondo, i ruoli direttivi nelle prestigiose sedi milanesi del Sole24Ore e dell’agenzia stampa Apcom, precedute dalla fatidica gavetta nella redazione palermitana dell’Ora, quotidiano progressista fondato dalla famiglia Florio nel 1900 e recentemente riportato in vita da I quaderni dell’Ora, mensile fondato dal presidente dell’Ordine siciliano dei giornalisti, Vittorio Corradino, e da Giuseppe Lo Bianco, Sandra Rizza, Francesco La Licata e Attilio Bolzoni che in quel giornale vi hanno consacrato la propria professione.

«Salpare su una nave è il modo più struggente per celebrare un distacco», sofferto e rimandato fino al momento che segna la svolta nella vita dell’autore e nel racconto: l’uccisione per mano della mafia dell’amico e compagno di scuola Ninni Cassarà, nell’estate dell’85. Ricordi intessuti di spine e fiori miracolosi, ossimori di una memoria che cela un amaro rimpianto, ma che vuole essere anche un punto di partenza per i siciliani di oggi e di domani.

Un bagaglio prezioso fatto di parole scritte da preservare e condividere con i figli naturali ai quali il libro è dedicato e con tutti gli altri figli abbracciati dallo stesso destino di appartenenza, sempre segnato dal dubbio fra l’andare e il restare. Quesiti senza tempo per un “isolano” come quelli descritti da Calabrò nelle pagine di Cuore di Cactus. Isolani di scoglio, che si aggrappano con tutte le forze, fedeli alle proprie radici, e rimangono, e isolani d’alto mare, traditori ambiziosi che si spingono oltre, cercando altrove il loro posto nel mondo. Ma i confini sono spesso più labili. «Si vive con l’Odissea dentro»: prima o poi, a un certo punto della sua vita, il siciliano deve fare i conti con se stesso e interrogarsi su quale sia —  se anche ce ne fosse una — la scelta migliore per riuscire a sopravvivere.

Un cancello con una sbarra di ferro separa la scena fisicamente e simbolicamente, sancendo l’inizio del viaggio e la separazione fra il prologo e l’intreccio del racconto costellato di flashback. Dai ricordi di un’infanzia giocata sui ruderi di una città in abbandono, a quelli di una giovinezza trascorsa «a mangiare parole e gelsi neri» nelle sere d’estate, e poi la maturità, la voglia di conoscere e guardare, capire,  l’esercizio della professione giornalistica vissuta più come una vocazione che come un mestiere. Una scenografia essenziale fatta di cromie opposte, bianche e nere, prende forma su uno spazio quasi bidimensionale dove pochi oggetti di scena giacciono in perfetto contrasto: una sedia, un cappello, il fumo di una sigaretta, i tasti di un pianoforte a coda suonato dal vivo da un abile musicista in tait. Anche le musiche e l’uso delle luci seguono un gioco di dissensi, alternando in sapienti contrappunti i racconti e gli stati d’animo che accompagnano il caldo abbraccio di una spensierata giovinezza siciliana e il tragico ricordo delle stragi di mafia, sancito con un coup de theatre da gocce di sangue che cadono inesorabili sulle copie del Giornale di Sicilia e dell’Ora sparse per terra. Sono questi e una macchina da scrivere brandita nei momenti di maggiore tensione il fulcro del racconto, i simboli di un mestiere che è una scelta di vita e che è causa ed effetto di tutte le altre.

Una brillante prova di regia e interpretazione per Fausto Russo Alesi, isolano d’alto mare, palermitano diplomato all’Accademia Paolo Grassi di Milano che vanta un curriculum teatrale e cinematografico di tutto rispetto. Dopo un esordio forse eccessivamente solenne e declamatorio, l’attore passa a dar corpo e voce con destrezza a pensieri intimi, alternando sapientemente registri comici e drammatici con un’abilità mimetica che è soprattutto vocale e che restituisce fedelmente i suoni delle “abbanniate” dei mercati storici e delle inflessioni più marcate dei suoi abitanti, passando per gli strilli dei titoli d’apertura che annunciano l’uscita dell’edizione serale dell’Ora.
Lo spettacolo è circolare, è il cancello che si chiude alle spalle dell’attore a segnare il ritorno. Di notte, nell’intimo della sua casa di Milano e in compagnia di un libro — Le città invisibili di Calvino — c’è spazio per il raccoglimento e la riflessione sul futuro di una città come Palermo, che non contempla la progettualità neanche nella grammatica della propria lingua, ma che è allo stesso tempo capace di improvvise ondate di risveglio e di importanti prese di coscienza.

«Partire, restare, tornare. Partire…» Il mare è la risposta. Il viaggio è solitario, difficile, incerto, ma è anche conoscenza e incontro, è superare se stessi nei luoghi dello smarrimento, è crescere. E, alla fine, è il porto sicuro dove rifugiarsi e far riposare il cuore. Ma non è un gioco a somma zero: più si va avanti e più ci si accorge che non vale mai l’uguaglianza per cui vincere è partire e, allo stesso modo, perdere significa restare. Una soluzione forse non c’è, perché qualunque scelta si decida di compiere è di per sé comunque una rinuncia. «Accettare l’inferno e diventarne parte», conviverci e imparare a non vederlo, oppure volare, «cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e provare a farlo durare, e dargli spazio».

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