Vedere Benvenuti al Nord a Milano il giorno della manifestazione della Lega

Oggi a Milano è stata una splendida giornata. Un sole primaverile e tanta voglia di andare in giro, in bici o soltanto a camminare fuori per strada. È domenica e a Milano, a gennaio, c’è il sole. Un regalo inaspettato che forse per la prima volta in due anni stavolta mi ha fatto pensare di avere davvero esagerato con gli strati di lana…

È bastato molto poco a rovinare questo meraviglioso regalo della città. Pedalo contenta sulla mia BikeMi quando, sparpagliati fra Cadorna e Cairoli, ecco che come funghetti verdi vedo spuntare  gli ultras del Carroccio. Capisco che si è appena conclusa l’ennesima manifestazione della Lega Nord. A quanto pare, ha pure parlato Bossi. Stavolta per fortuna me lo sono risparmiato, tanto, complice il dialetto padano e il biascicare post-ictus del povero Umberto, non avrei compreso una sola parola, esattamente come era successo la prima volta che l’avevo visto dal vivo in campagna elettorale.

Rallento, li osservo, mi fermo, perché io ancora non ho capito, e li scruto come fenomeni atipici, da studiare. Non ho capito se sono dei fanatici xenofobi o se, al contrario, hanno i piedi ben piantati per terra e ciò che gli interessa è soltanto farsi i fatti propri, lavorare onestamente, produrre, arricchirsi e vivere sereni, con qualcosa tutti.
Hanno bandiera e striscioni – “Padania libera” dicono. Mi chiedo da che cosa. Da me? Dai terroni come me intendo? O dalle difficoltà economiche? Dai cinesi, dagli arabi, dagli africani? Dai comunisti? Da che cosa? Osservo.
Hanno dai venti ai centoventanni, tutti la stessa energia e lo stesso dialetto, la stessa volontà di indipendenza, per non dire secessione, da ciò che da Genova a Pordenone, da Varese a Bergamo, da Verona a Lodi, li rende tutti uniti e simili, l’Italia stessa.

Sempre oggi, a Milano, decido di andare al cinema con un mucchio di terruncelli a vedere Benvenuti al Nord, soprattutto per scoprire se alla fine Mattia a casa sua, al Sud, ci ritorna. 

Se l’Italia reale è spaccata a metà, quella in pellicola restituisce uno scenario un po’ edulcorato di un’Italia più unita dove, da Napoli a Milano, ciò che rende tutti uniti e simili è il sentimento di amicizia, lo spirito di accoglienza, l’aiuto reciproco, e soprattutto le normali crisi nei rapporti uomo-donna. Come nel prequel Benvenuti al Sud, si cerca di sovvertire i pregiudizi che ostacolano la comprensione tra polentoni e terroni, tentando di andare oltre la nebbia e la fretta dei primi, oltre la mamma, il sole, il mare, la mafia degli altri e mostrando in definitiva ciò che dallo stretto di Messina alle Alpi ci accomuna.

Una sala piena e rumorosamente sorridente alle gag comiche spesso eccessivamente macchiettistiche dei due protagonisti alle prese con l’ape, il dialetto e il sushi milanese, mi ricorda che molto di quello che vedo nello schermo lo sto vivendo proprio adesso fuori. Così, mentre gioco a indovinare tutti i posti di Milano che scorrono nelle carrellate e che ormai sono anche un po’ miei – Sarpi, corso Garibaldi, le Colonne di San Lorenzo, Buenos Aires, il mercatino del sabato di viale Papiniano… – non posso che ritrovarmi perfettamente nella scena tragicomica del povero napoletano incappato in un covo di cacciatori di terùn, con tanto di mastino napoletano omaggio all’ispiratore del partito del Carroccio, Alberto Da Giussano. Muta anche io, a rischio linciaggio, tutte le volte che mi avvicino incuriosita e timorosa al gazebo shop della Lega trionfante a piazza Cordusio, dove a Natale anche i panettoni erano logati con il sole della Alpi.

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