Una palermitana a Sant’Agata. Fistini a confronto

DSCN0714Una palermitana imbucata al festino catanese per eccellenza: gran finale a Catania il 4 febbraio per la festa di Sant’Agata, patrona della città etnea. Sì, in incognito e accompagnata da autoctoni, si può rimanere vivi. E ritrovarsi piacevolmente colpiti dallo spettacolo folkloristico-religioso che si para davanti nell’ultima notte di devozione alla Santa.

Agata e Rosalia, la bionda e la mora, il giglio e la rosa, due belle fanciulle siciliane che preferirono l’amor divino fino al martirio piuttosto che quello terreno di prepotenti picciotti altolocati.
A differenza di quello palermitano che si svolge in una scenografica notte di quasi mezza estate – 14 luglio – il festeggiamento nella Milano del Sud è a febbraio e dura ben tre giorni, durante i quali la città non dorme mai. Tutta Catania si ferma in processione insieme con la Santa che – senza passare dal mare – sfila fino a notte per i quartieri, prima in quelli periferici, poi in centrocittà fra via Etnea e Corso Italia e, ancor prima, si prepara al grande evento con il business delle cere. I devoti che accompagnano Sant’Agata per le vie di Catania sono infatti coloro che per aver ricevuto o per chiedere la grazia alla Santa portano su di sè il peso del proprio corpo sottoforma di gocciolanti, dantesche candelone votive.

Sant’Agata procede lentamente chiusa nella teca in vetro di una luccicante edicola votiva adorna di pietre, candele e fiori bianchi. Niente carri giganteschi e sfavillanti, nè danze o scenografici fuochi d’artificio che si spengono in mare.  Nessuna regia altisonante o chiacchierata a curare l’evento, questo non è uno spettacolo, ma è comunque raccontato in live streaming sulla prima rete di informazione locale.

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Il corteo è ordinato, auto-regolamentato e silenzioso. Non ci sono presidi straordinari ad eccezione di omini fosforescenti della Protezione Civile che si mescolano agli altri devoti vestiti di bianco.
Calca di fedeli di tutte le età, provenienze e interessi, sacro e profano di bancarelle colorate e furbi ambulanti. La sensazione è però che ci si trovi lì unicamente per raccogliersi, pregare, affidarsi. Nessun pretesto per cercare aggaddo nella folla, tutta la comunità è semplicemente lì presente per unirsi al coro, al grido di «Cittadini! Sèmu tutti devoti tutti!»

La Santa finalmente arriva vicina e si ferma da Savia, storica pasticceria della città. Qui fa un pit stop per cambio candele e raccolta di nuovi voti, fiori bianchi e doni. Bisogna sfruttare il momento e farsi spazio fra la folla per sperare di ricevere una benedizione alla candela votiva da 3 euro: «Quello là viene in palestra con me, avviciniamoci che forse ci fa salire». È l’arte sacra di arrangiarsi di tutti i siciliani, e io sono a casa.

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